Recensione - I convitati di pietra
I CONVITATI DI PIETRA
di Michele Mari
Recensione di Paolo Sista
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| Illustrazioni di Pietro Nicolaucich |
Primo libro dell'autore che leggo, non posso fare raffronti coi precedenti e ciò mi rincuora; come avventurarsi in una selva ignota.
In verità, era da tempo che le opere di Michele Mari mi incuriosivano: ciò che mi ha fatto propendere per questo titolo in particolare, ammetto, è stata la conoscenza dell'artista scelto per illustrarne la copertina, quel Pietro Nicolaucich che firmò Lagunalabirinto.
Piuttosto improprie le categorie di squid game all'italiana e di romanzò umoristico con le quali il libro è stato pubblicizzato, questa novella di nemmeno centoventi pagine è da prendersi tutt'altro che sottogamba.
Non ci si lasci trarre in inganno dal piccolo formato: la scrittura di Mari raggiunge il traguardo di essere minimalista nella quantità e massimalista nella qualità, giacché ogni pagina, ogni riga, sono 'sì dense da moltiplicarsi esponenzialmente durante la lettura.
La vera protagonista della storia è un'azione: la riffa della morte. Le sue conseguenze sulle decine di personaggi che l'ebbero intrapresa, ai tempi in cui frequentavano il liceo, costituiscono l'intreccio.
Fu proprio sul finire delle scuole secondarie che l'intera classe della III A siglò un accordo, quanto di più simile a un patto occulto.
Tutti i compagni si sarebbero impegnati a versare una quota annuale di danaro, senza eccezioni di sorta, fino a che gli ultimi tre sopravvissuti si sarebbero spariti il ragguardevole gruzzolo.
Paragrafo dopo paragrafo, facciamo conoscenza della pletora di commensali che, pur se poco più che accennati, grazie alla prestidigitazione dello scrittore di razza iniziano a delinearsi per tipo psicologico: tanto l'originario quanto il divenuto, causa l'imprevedibile cambiamento dovuto al trascorrere del tempo e ai casi della vita (o, forse, è il rispettivo carattere più profondo ad emergere, quando la maschera viene, infine, consunta).
Alle cene annuali – obbligatorie, ça va sans dire – ex alunni di secondo piano guadagnano la scena; figure di prima fila escono di scena; alcuni personaggi cardinali permangono.
Lo stile di scrittura, cui abbiamo già accennato, è esso stesso primo attore. La precisione toponomastica, il catalogo fumettistico, l'encilopedismo cinematografico – per citarne alcuni – sono costanti che si rendono ritmo ordinatore e traggono importanza proprio dalla loro apparente superficialità; in tal modo, la tecnica dell'elenco pantagruelico – perfezionata dall'ottimate Alberto Arbasino – viene impiegata in maniera personale e non debitoria.
La riffa della morte si protrae, dunque, attraverso gli anni e i decenni, mentre figurine meschine, smargiasse, pudibonde, lussuriose o criminali ma, più di tutto, tragicomiche si avvicendano sul palco della vita come le sagome di un cartelame secolare.
In questa commedia umana sui generis, gli aspetti surreali e grotteschi si accompagnano di pari passo a una serrata analisi delle spiacevolezza della vecchiaia, dell'inevitabile trionfo della nostra caducità, dell''impossibilità di correggere i nostri difetti.
"Nulla di nuovo sotto il sole," ci ammoniva il Libro dell'Ecclesiaste nell'Antico Testamento, con la sapienza di chi ha già visto accadere le innumerevoli repliche della storia; eppure, il girotondo dell'umanità prosegue e, benché condannata a non uscire dal tracciato, rimane speranzosa di riuscirci.
"Se rido, è riso amaro" , cantava il rapper Lou X e I convitati di pietra gli fanno eco: è un riso amaro, quello suscitato da questo piccolo, grande libro ma, non per questo, smetteremo di ridere; anzi, nel tempo che ci è concesso tra un estrazione della tombola e l'altra – che pare infinito ma si dissipa in un battere di ciglia – una risata stoica è il meglio che abbiamo a disposizione.
IL LIBRO
Opere citate
Don DeLillo - Libra
Pietro Nicolaucich - Lagunalabirnito
Alberto Arbasino - Super-Eliogabolo
Guido Cernonetti - Qohelet o l'Ecclesiaste



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