Sandro Battisti - Intervista allo scrittore
SANDRO BATTISTI
Intervista allo scrittore
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| Fotografia di Silvia Minguzzi |
Il Gruppo Telegram “Lovecraft Italia” intervista lo scrittore Sandro Battisti, colonna portante della fantascienza italiana e nome indissolubilmente legato al Connettivismo
LI: Ciao, Sandro. Buttiamoci subito nell'occhio del ciclone. Connettivismo: chi, cosa, come, perché?
SB: Ciao a tutti, grazie davvero per ospitarmi tra le vostre colonne digitali.
Parlando di Connettivismo, è un oggetto che ha superato agevolmente i venti anni di esistenza ed è, ovviamente come tutti gli organismi viventi, soggetto a mutamenti di vario tipo, ci piace l’idea di considerarle evoluzioni; il Movimento è stato necessario agli inizi del millennio perché ha dato una qualche forma a ciò che era sotteso al fandom – e non solo – di allora. Si cercava di percorrere un viatico che potesse un po’ dare un senso, significato, forma, sostanza a molteplici suggestioni che apparivano slegate, proiettandole verso un futuro che sa di postumanesimo e memore di un passato che sa di trascendenza, ideali che poi si coniugano con alcune suggestioni della fisica quantistica immersa in un caos che sa di matematica superiore, e così via con i rimandi ad altre cognizioni e conoscenze.
Eravamo in tre (non somari ma briganti): Giovanni De Matteo, l’estensore del Manifesto; Marco Milani e me. Poi si è unito praticamente subito dopo Lukha B. Kremo che, in con una chiara manifestazione della Sincronicità, quella stessa notte della nascita connettivista aveva creato, in piena autonomia e senza che nessuno di noi sapesse dell’altro, la Nazione Caotica. A seguire, nei mesi e negli anni si sono uniti e disuniti molti altri artisti, attratti dal fatto che quel Manifesto fosse aperto, non una stele immutabile ma un oggetto in grado di assorbire le vibrazioni esterne per renderle mutuate, mutandoci tutti; la natura multimediale del Connettivismo è infine uscita particolarmente fuori in questi ultimi anni, con performance e utilizzo di altri media diversi dalla scrittura: è un po’ una ulteriore consacrazione del Movimento, che dopo tutti questi lustri continua a crescere e a variare, a rimanere valido e attuale non solo nel panorama italico ma anche fuori, perché da quando siamo nati di collettivi alla stessa stregua non mi pare ce ne siano stati molti.
LI: Nei tuoi scritti incentrati sull’Impero Connettivo assistiamo a personaggi ricorrenti – specialmente, esseri postumani e assolute alterità aliene – e luoghi ricorrenti – la Roma antica della classicità, la seconda Roma dell'epoca Bizantina. Cosa ti ha spinto a ideare entità come l'Imperatore Totka_II e il suo consigliere Sillax, o a scegliere certi nodi di tempo-spazio quali punti di interazione tra la Terra e l’Impero?
SB: Ho pensato a quattro o cinque modi per rispondere alla tua domanda, però forse la cosa migliore è dirti com’è nato l’Impero Connettivo e come, al pari del BigBang, si sia sviluppato ideologicamente quasi del tutto nelle sue prime settimane di vita.
In sostanza, la saga nasce dalla mia passione per la Storia (sono di Roma, quindi è stato pure fin troppo facile appassionarmi alla storia di Roma antica, anche preistorica, anche medioevale); l’Impero nasce anche dalla fascinazione che le opere di fantarcheologia di Zecharia Sitchin hanno su me da quasi un trentennio, narrazioni stupende dal punto di vista fantastico (questo senza entrare nel merito della validità delle teoria, sia chiaro) in cui i Nephilim e gli Annunaki sono la parte centrale del suo racconto; poi ci metterei dentro anche le proiezioni connettiviste sul postumano, le teorie del caos, il weird più vertiginoso, la passione per la SF, tutto insomma ha concorso alla creazione dell’Impero Connettivo e molte intuizioni che lo riguardano non sono così ragionate, sono nate appunto per istinto: come la valuta dell’Impero che è l’informazione, un’illuminazione legata alla visione di un attimo che trovo assai valida anche oggi, visto che parliamo spesso di criptovalute. Pure la sensazione che lo spazio e il tempo potevano essere terreno di conquista, di dominio da parte dell’imperatore, così come la scelta della capitale Nèfolm, sono tutti atti istintivi che sintetizzano un po’ tutte le caratteristiche dimensionali dell’Impero, con un riepilogare in punta di parole mirato e sofisticato tipico di ciò che in poesia è legato alla musicalità, al ritmo, alla percezione dei lemmi, alle comprensioni oltre la misura del lessico.
Ecco, questo è avvenuto nel momento della genesi dell’Impero Connettivo; le narrazioni che si sono susseguite in più di vent’anni si basano su ciò e anche sul fatto che, essendo lo spaziotempo un’entità illusoria, non esiste una vera cronologia imperiale: tutto è frutto del collasso d’un fronte d’onda quantico, mentre in un altro possono generarsi situazioni diverse anche nell’ambito dello stesso personaggio; nell’Impero si può essere condannati alla pena della morte quantica – ovvero, non si muore soltanto nel presente ma prima o poi si morirà anche nelle altre vibrazioni del reale dove non si è, ancora, collassati.
LI: In alcuni dialoghi hai accennato che anche l'Impero Connettivo sarà soggetto a periodi di decadenza. Hai già in preparazione degli scritti a riguardo?
SB: Sì ho già scritto un romanzo sulla decadenza imperiale, “Che la terra ti sia lieve”, edito da Delos Digital, e sempre per quei tipi una novelette ambientata su Nettuno con l’imperatore Totka_VIII, quindi non più Totka_II: “Il piano psichico”.
Lo scenario decadente è simile al Tardo Impero Romano, anzi il filo conduttore è proprio quello e si può riassumere così: quando la potenza dell’Impero Connettivo non può fare altro che nascondersi sotto le poderose strutture dell’epoca d’oro, e tentare da lì il rimbalzo verso la potenza che fu, possiamo ancora parlare di un impero o quell’energia è fluita altrove?
Anche adesso, comunque, sto scrivendo dei prodromi della decadenza imperiale, seguendo un po’ il filo delle Memorie di Adriano della Yourcenar: la decadenza mi affascina sempre, in fondo sono rimasto un darkettone 😉
LI: Secondo alcuni siti di appassionati, i concetti alla base del Movimento Connettivista sono oscuri, difficili. È una scelta voluta? Se sì, è stata dettata dalla voglia di colpire l'interesse dei lettori o di sfidare una certa pigrizia intellettuale?
SB: È stata naturale: non abbiamo mai parlato di cose semplici ma di concetti al limite dell’umanità, o di sofisticazioni legate al Fantastico tutto, provando a unire punti che non erano evidenti o facili da trattare; quando si è su quel limitare ogni pensiero diventa complesso, ed è stato difficile pure per noi tracciare le rotte visto che le nostre teorie sono sul limite delle cose – assieme alle nostre sensibilità, certo.
Capisco le difficoltà per i lettori e per i cultori del genere nel seguirci, questa cosa ritengo sia stato molto vera soprattutto nei primi anni, ma poi insomma credo che le comprensioni tra noi e i lettori si siano un po’ appianate, anche se spesso ho l’immagine di noi connettivisti come se fossimo dei Bizantini del Fantastico😊
LI: Noi consideriamo il Fantasy una sorta di punto zero atemporale, antecedente alle contraddizioni di classe, una sorta di mito fondativo. Horror, Weird e Noir rappresentano, per noi, una riflessione sui mali e il disagio della società contemporanea ai diversi autori, ma affrontati dal punto di vista del singolo individuo, per quanto non scevri da una critica sociale. Tuttavia, la Fantascienza è, paradossalmente, il genere letterario fantastico più radicato nella realtà materiale e, dunque, il più influente nel dissezionare lo stato di cose presente, nel mettere a nudo i sogni e le paure di un corpo sociale. Cosa pensi a riguardo?
SB: Ho una visione del Fantastico tutto un po’ peculiare. Credo sia il sostrato psichico, emotivo, filosofico del nostro mondo attuale; se ci affondiamo le mani andiamo a maneggiare la materia psichica che ha cullato l’umanità, quella che modella ancora le nostre vite, i nostri comportamenti, le nostre suggestioni. Suddividere il Fantastico nei sottogeneri come noir, fantasy, thriller, fantascienza, urban fantasy e così via dà un dimensionamento temporale al discorso di genere, in cui anche i movimenti politici, filosofici, storici, qualsiasi attività umana è influenzata dalle ascendenze del sostrato psichico su cui viviamo. Ed ecco perché ritengo la letteratura mainstream, quella borghese, quella che parla di drammi familiari o personali legandoli esclusivamente alla società o a dinamiche prettamente umane che non mutano da 5.000 anni o più, un esercizio sterile, poco complesso, dalle potenzialità limitate, facile da scrivere: il Fantastico è molto più composito, da qualsiasi punto di vista lo si prenda, e insegna parecchio di più del dramma di un professionista borghese che non ama più la sua donna, che ha inseminato una quantità di amanti, che non può sostenere la sua costosa vita di vacanze, case, auto, cellulari, quant’altro, che gli dona spleen e che non riesce a tessere rapporti col figlio mentre è in un cocktail bar alla moda a spendere soldi e a piangersi addosso perché sta invecchiando e la sua forza muscolare va scemando.
LI: Preferisci scrivere libri e racconti in solitaria o ti piace partecipare a progetti antologici?
SB: Metà del tempo che utilizzo per vivere la letteratura è dedicata all’Impero Connettivo, forse anche più della metà, visto che sto sviluppando quel metamondo da più di venti anni – ora in esclusiva per D Editore. È quindi un creare in solitaria quello che prediligo, però non disdegno affatto compartecipazioni, confronti, curatele, editing per la Kipple Officina Libraria o per Delos Digital, oppure sviluppi della label personale HyperHouse fino alle performance teatrali con il collettivo multimediale live degli Asphodelics; se ci metti pure la cura giornaliera del blog HyperHouse e delle pagine personali su FB e su IG, hai quasi il 100% della mia attività: rimangono fuori percentuali significative di cerebralità che sono propedeutiche a nuovi progetti, contatti, orecchie ben aperte nel captare cose fatti e persone che si connettono continuamente a me, o che io mi connetto a loro, eventi che possono preludere a nuovi progetti o a suggestioni non solo letterarie ma anche immaginifiche, performative, cerebrali.
LI: Come scrittore, segui l'ispirazione o un piano predefinito?
SB: Amo essere il primo a sorprendersi per quello che scrivo. Così di pianificato vero e proprio non c’è molto, perché seguo un’idea, un’illuminazione, una traccia che si apre a me come una rivelazione; poi vado avanti passo dopo passo, finché l’intera scena acquisisce un senso e senza che io abbia costruito nulla: è come se avessi lasciato parlare a me l’energia. Amo il rivelarsi dell’insondabile, appunto, perché i continuum parlano (con un grande senso del mitologico, citandomi rispetto a ciò che espletavo in una domanda precedente) e anche i luoghi emanano significati, perché tutto vibra e per capire è necessario vibrare con loro, sorprendersi come un bambino.
Se dovessi pianificare la scrittura mi annoierei, e non produrrei più nulla; in quel modo, non avrei sorprese e se pure mettessi tutto il pianificato su carta, fino ai minimi dettagli, non troverei più la voglia perché annoiato, non riuscirei a procedere perché so già tutto per filo e per segno (gli appunti li prendo, ovvio, ma sono più che altro un fissare su carta digitale quel che mi attraversa in un particolare momento della visione).
LI: Chi sono i tuoi scrittori preferiti, tanto nell'ambito di genere quanto nella letteratura tout-court?
SB: Amo Alaistair Reynolds, Algernon Blackwood, Shirley Jackson, Danilo Arona, Bruce Sterling, Valerio Evangelisti, Zecharia Sitchin, Charles Stross; amo certa space opera, quella assimilabile al wonder di Sterling e Reynolds – che sono padre e figlio, da questo punto di v ista – e adoro il weird, trovo connessioni surreali e trascendentali tra esso e la SF soprattutto, nell’assenza dello spaziotempo che si genera o meglio, nella manifestazione dell’illusione che noi umani percepiamo dello spaziotempo credendo sia vera, solida, inattaccabile e inossidabile.
Il mainstream non è compreso nei miei gusti: noioso, inutile, borghese anche quando è politicamente scorretto (il discorso politico non è prettamente umano, ma affonda anch’esso nella melma psichica del nostro passato, prima ancora che gli sciamani percorressero il mondo e prima ancora che la questione mistica diventasse politica religiosa).
LI: Conosciamoci meglio. Musica, film, fumetti, serial: cosa ritieni fondamentale e consiglieresti ai nostri lettori?
SB: Pink Floyd, psichedelia, dark & gothic, new wave, industrial, noise, kraut rock, sperimentazioni musicali elettroniche ma anche folk, neopaganism, trascendenze musicali tipo Lili Refrain (la mia sciamana preferita). Film cose tipo Hardware, Dust Devil, Solaris di Tarkovskij, Inception, Suspiria di Guadagnino, Pupi Avati e altre opere che ora non mi vengono in mente ma, in realtà, confesso che non sono affatto un cinefilo; il resto dei media è invece assai poco frequentato da me, non ho abbonamenti MixxxiaFlix o Amxxxxn o quant’altro, non voglio subire imposizioni liberiste sull’immaginario perché voglio che esso rimanga di mia libera elaborazione. Per i fumetti e videogiochi, devo dire, ho una grave lacuna culturale che parte dalla mia adolescenza o prima.
LI: Di tanto in tanto, autrici e autori di provenienze geografiche altre da quella anglo-americana emergono sulla scena internazionale, mentre la letteratura italiana di genere, nonostante sia in continuo fermento, arranca a varcare i confini nazionali. È solo un problema di promozione inadeguata o ci muoviamo ancora al traino di realtà consolidate?
SB: Credo sia un problema politico, derivato dai risultati della WarII, e anche culturali derivati dalla millenaria dominazione cattolica, dove il reale doveva essere l’unica misura accettabile per esprimersi perché, al trascendente, ci avrebbe pensato il papa e il suo clero distopico. In poche parole, l’Italia non è internazionalmente titolata per dire qualcosa di autorevole nel trascendente: il Fantastico non è territorio per gli italiani, il potere è altrove, e le pochissime eccezioni confermano la regola.
LI: C'è un progetto letterario che vorresti realizzare ma che, per un motivo o l'altro, non ti è ancora riuscito?
SB: Parecchi: ma perlopiù con i connettivisti; abbiamo pensato a una pletora di progetti che poi sono sfumati per vari motivi; ne vedo il disegno d’onda fissato sulle scogliere dove si sono infranti quei sogni, ma ciò indica paradossalmente che il Movimento è un essere vivo di umanità, con tutti i suoi limiti, e io con esso.
Per quanto mi riguarda, mah non so, a naso devo dire che ho realizzato praticamente tutto quel che desideravo fare; penso continuerò così anche per il futuro: creare mondi nella testa è, alla fine, quasi come crearne fisici, la parola è un potente generatore di universi, figuriamoci le idee.
LI: Domanda d'obbligo, dalla nostra community. Cosa pensi di Lovecraft?
SB: Grande ideologo, ha compreso molto di quel che non si vede, ma non era così capace di riportare con parole le sue intuizioni, soprattutto nei finali delle sue storie. Blackwood sapeva trasportare il lettore infinitamente meglio, però era più limitato nel definire l’impianto ideologico delle forze che entrano in gioco nel nostro reale, studiava più i loro effetti sull’umano e sulla natura.
LI: Tornando alla tua opera letteraria, l'universo connettivista – e il tuo Impero – è aperto ai contribuiti di altri autori? Ci sono opere tue o di altri autori da leggere prima di gettarsi a scrivere un qualcosa di connettivista? Quali sono le coordinate irrinunciabili?
SB: Certo, l’Impero è aperto come lo è il Connettivismo; in Kipple esiste addirittura una collana – curata da me – che si chiama SpinOff e che è dedicata allo sviluppo imperiale d’una certa linea spaziotemporale. Vi si narra di quando l’Impero è splittato su un dominio etereo governato da Totka_II, mentre l’altro è invece molto terreno e al comando c’è il plenipotenziario postumano Sillax.
Agli autori è stato fornito un canone da seguire, ma a parte questa particolare branca imperiale io stesso ho sviluppato tre romanzi assieme a Marco Milani, altri racconti insieme a Giovanni De Matteo e Lukha B. Kremo e, insomma, dare l’Impero ad altri artisti è una cosa che ho sempre auspicato e sono contento si sia realizzata almeno in parte, e che si possa realizzare anche meglio in futuro.
Le coordinate irrinunciabili per scrivere di Impero Connettivo, comunque, sono quelle dello spaziotempo illusorio, dell’imperatore alieno, dei postumani sottoposti al Nephilim imperatore; il discorso della valuta è fondamentale, come quello della capitale eterea di Nèfolm che si percepisce solo se si è sintonizzati sulle sue vibrazioni connettive, e anche l’assoluta inutilità di far riferimento a dimensioni solide, che culmina nella mancanza di una cronologia che diventi timeline, è un aspetto che non va trascurato.
Per quanto riguarda invece gli autori di attinenza, non credo che l’Impero abbia qualcosa di direttamente propedeutico, i padri sono molti e sono più o meno – anche altri, magari – quelli che ho espresso in una risposta precedente, quando ho elencato gli scrittori che mi hanno fortemente influenzato.
LI: Prima di salutarci, dicci qualcosa sul tuo lavoro che nessuno sa!
SB: Oddèi, così su due piedi non saprei cosa dirti, alla fine di grandi segreti non ne ho, almeno così credo; però, sì, pensandoci bene… hmmm 🙂
Leggi anche: L'Impero Connettivo (recensione)
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•SPINOFF
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Indefiniti di Roberto Bommarito
Infodump di Lukha B. Kremo
Il liberto di Giovanni Agnoloni
End of connection di Marco Milani
Zeitjägers di Umberto Bertani
Terra di sommaria con Marco Milani
Che la terra ti sia lieve, Drusilla di Lukha B. Kremo
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Bellissima intervista
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