ROBERTO VILLA - INTERVISTA ALLO SCRITTORE
ROBERTO VILLA
INTERVISTA ALLO SCRITTORE
Il Gruppo Telegram Lovecraft Italia intervista lo scrittore e content creator Roberto Villa. Titolare del progetto “Villa delle Trame”, Roberto sta tessendo una tela volta a fare conoscere, incontrare e collaborare gli autori di narrativa fantastica nostrani, tanto gli esordienti quanto i professionisti assodati, mentre in veste di autore si dedica al fantasy e ai giochi da tavolo (TTRPG).
LI: Ciao, Roberto. Buttiamoci subito nel centro del maelstrom. Che cos'è il progetto Villa delle Trame? Quale scopo si prefigge la rete che stai tessendo grazie alle numerose interviste agli scrittori italiani di narrativa fantastica?
RV: Orpo, il Maelstrom! (mette i braccioli) Dunque! Villa, Villa delle mie Trame… VdT è, nei fatti ma, soprattutto, in ispirito, un po’ quello che è tutto ciò che faccio: un esperimento lanciato con una sana e robusta dose di pensata leggerezza. Come disse (secondo alcuni) Napoleone: “On s’engage et puis on voit”, insomma, uno vede come vanno le cose e, poi, si aggiusta. L’intenzione iniziale è stata quella di creare uno spazio per scrittori dove questi potessero aiutarsi vicendevolmente, lontano dalla pressione dell’industria editoriale e dalla gemella malvagia della sana competizione che, talvolta, prende possesso di alcuni colleghi, soprattutto sui social. L’esperimento, che ha un suo manifesto, offre una chat su Telegram (accessibile su invito per poter assicurare che i partecipanti siano davvero scrittori) dove poter chiacchierare di scrittura, e uno spazio su Meet per poter leggere o scrivere insieme, anche, volendo, brevi estratti dei propri lavori in corso d’opera per ricevere consigli. Ulteriore possibilità è che la “proprietà” della Villa (io, per ora) proponga una chiacchierata a tema, simile a una tavola rotonda, sempre su Meet, che, previa autorizzazione dei partecipanti, potrebbe essere registrata e messa a loro esclusiva disposizione. Queste tavole rotonde potrebbero includere ospite esterni, sempre che si riescano a trovare! E ancora (le sorprese non finiscono mai), Villa delle Trame ha una sua incarnazione “letteraria” nel senso che se ne propone una sua identità narrativa: i Racconti delle Trame. In breve, è un progetto di scrittura condivisa per costruire le avventure della Villa, o meglio di chi ci ruota attorno. Gli scrittori che volessero partecipare avranno a disposizione un regolamento in tre fasi: la candidatura, in cui, oltre a proporre se stessi, si presenta uno possibile spunto per un racconto; la stesura, in cui si riceverà lo spunto su cui lavorare, scelto in maniera casuale tra quelli degli altri partecipanti, e in cui si scriverà effettivamente il racconto; la revisione, in cui si riceverà da correggere il racconto finito di uno degli altri partecipanti (vi sarebbe piaciuto scrivere e basta, eh?). Oltre che messo a disposizione per la lettura, nella sua versione revisionata, agli altri membri della chat, il racconto potrebbe essere proposto per una sua versione “audio” che diffonderò sul mio canale YouTube, eventualmente in collaborazione con quello dell’ospite (o con indicazione dei suoi social in descrizione).
Tutto questo per invitare alla pratica e al confronto, dare visibilità alla scrittura italiana e stimolare un ambiente di crescita reciproca in cui non ci si limita a pretendere che gli altri leggano i nostri scritti senza poi ricambiare.
Tutto bello ma, ricordando alcune cose: la Villa è una presenza magica che aiuta il personaggio (o quantomeno ci prova, volendo fare personaggi tragici) fornendo ciò che questi ha davvero bisogno per cambiare (di nuovo, il personaggio potrebbe rifiutare l’aiuto, fraintenderlo o non arrivarci in tempo); il Proprietario e gli altri Ospiti non sono mai direttamente visibili, anche se si possono inserire indizi della loro presenza o del loro intervento nei confronti del protagonista.; infine, la Villa appare esteticamente appropriata a qualunque estetica abbia il racconto, dal cyberpunk al gotico vittoriano.. Insomma, realismo magico.
Per ora, va detto con estrema onestà, il gruppo è ancora molto piccolo, gli inviti accettati non sono stati molti e dovrò quindi valutarne la futura evoluzione. Sto avviando il canale a una sua incarnazione che non includa solo interviste ma anche contenuti legati alla mia scrittura, e questo comporterà un adattamento del pregresso, incluso il podcast dai cui ospiti per ora ho preso la maggior parte dei membri: la Villa delle Trame potrebbe ridimensionarsi, per rispettare l’adesione e la disponibilità di chi già ne fa parte o, in mancanza di partecipazione, chiudere. D'altronde la parola "fine" è quella che dà un peso reale a tutte quelle che l'hanno preceduta.
LI: Tu sei uno scrittore di letteratura famtasy, nonché creatore di giochi da tavolo. Perché hai scelto proprio questi generi? Cosa ti spinge a scrivere? Puoi parlarci più nel dettaglio di questi tuoi progetti?
RV: (panico) Il fantasy è stato un incidente, giuro, non volevo! (si risistema) Hm, dicevo. Ci sono arrivato un passettino per volta, dalla poesia adolescenziale (credo mi porterò quei versi nella tomba) ai più ampi progetti di romanzi e mondi narrativi, il tutto passando per la prosa “non di genere”.
Il perché (domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto. Probabilmente, se la domanda non è “perché?”, la domanda è sbagliata e sì, in una qualsiasi storia del mondo di Lovecraft sarei il personaggio troppo curioso per sopravvivere sano) è un capitolo, a volerlo, ampio e periglioso.
Vi ringrazio, dunque, per questa sei giorni di conferenze. Ah, non ho sei giorni? Va be’, riassumo. Di base ci sono due esigenze: una è l’espressione, il bisogno di “dire qualcosa” e di sentirsi ascoltati di rimando; la seconda è l’indagine, la spinta a capire me stesso e il mondo che ci circonda. Pochi sono stati gli strumenti che, più della scrittura, mi hanno costretto a quell’esplorazione di me stesso e del mondo che, per intensità, più che uno sviscerare, definirei un vero e proprio “sbudellamento” della coscienza.
Si scherza, signor brigadiere, non mi arresti: sono cose strettamente metaforiche. In effetti, il fantasy è un genere che, più che metaforico, direi “allegorico”: parla del reale attraverso l’immaginifico. È un modo un po’ obliquo e, ad averne la capacità, elegante, di criticare la realtà. Le storie, in generale, sono un modo di usare le “menzogne” per dire la verità ma il fantasy lo fa in un modo tutto suo, che amo molto; tramite il suo stimolare la creazione di mondi o dettagli “secondari”, cioè non reali, ci regala quel distacco necessario a poter accettare la critica. Critica che, comunque, a volte fa male lo stesso ma, d’altra parte, la nostra penna, se non ferisce, che penna è? E bisogna esserne degni di questa spada, quindi pronti anche a ferire se stessi, se è necessario a crescere come persone.
Ora, riguardo ai progetti: tolti scritti più vecchi che nel caso sistemerò e condividerò sui social, attualmente è possibile leggere (gratuitamente) un mio racconto Il Fuoco dell’Arte, e scaricare (gratis, o a offerta libera) il mio gioco di ruolo Burning Hope.
Entrambi hanno finito per esplorare temi ultimamente a me cari e dico che hanno “finito per” esplorarli perché, come dicevo, la scrittura è per me un percorso di crescita o, per usare le mie stesse parole di allora, un “percorso condiviso”. Ergo alcune cose su ciò di cui mi piace scrivere le ho capite solo col tempo in modo più esplicito.
Se vi incuriosisse, Il Fuoco dell’Arte è un racconto che immagina un mondo dove l’Arte è una sostanza prodotta da tutto ciò che è “arte” e che si può assorbire e sfruttare per produrre effetti soprannaturali. A poterlo fare sono i Sinesteti che, tuttavia, sono anche contenuti, se non rieducati, da un apparato statale da cui è ammessa solo l’Arte di Stato. C’è però un motivo e non è il semplice desiderio di controllo o di potere, qualcosa di molto segreto, di molto pericoloso e di molto antico che riguarda l’origine stessa dell’arte: il fuoco attorno a cui si creavano le prime storie.
Quanto a Burning Hope, è un gioco pensato per un pubblico che ama l’introspezione e, magari, che non ha (più) tempo e forza per le lunghe campagne di una volta: è un cosiddetto “solo-ttrpg”, cioè un gioco di ruolo in solitaria. Lo si gioca a lume di candela nel corso di 22 giorni. Viene infatti ispirato alle tre settimane di dicembre che precedono il solstizio d’inverno, cioè la notte più lunga dell’anno. Il giocatore è chiamato a creare un personaggio che si aggrappa alla speranza in un mondo in cui l’oscurità è molta e incombe sempre di più. Ogni giorno il giocatore dovrà affrontare particolari ostacoli ed è chiamato a decidere se questi hanno avuto un impatto negativo sulla propria poca speranza rimanente. Al termine la luce del giorno tornerà ad allungarsi ma bisognerà vedere se il personaggio si risolleverà insieme ad essa.
Quali sono questi benedetti temi? Senso di alienazione, impotenza e solitudine, principalmente. Il racconto si concentra sulla perdita della capacità di percepire l’Arte e su quella, di conseguenza, di crearla; da qui deriva una paura legata a un mondo che ci chiede troppo, tutto, in effetti, lasciandoci a produrre cose che non ci appartengono, né nella destinazione, né nell’ideazione in cambio di una carriera o di qualche beneficio superficiale. Alienazione, perdita di significato. Burning Hope, similmente parla di impotenza di fronte a qualcosa di inaffrontabile: l’oscurità al cospetto del lumino di una candela e della solitudine che si prova, immersi nel buio. Sono temi che sento molto e che tornano prepotenti nei miei scritti sin da quelle antiche poesie, passando per un dilemma etico di cui parlo in un mio video recente.
L’etica in effetti è una dimensione che uso molto spesso per esplorare i temi menzionati. Adoro i dilemmi filosofici e le scelte impossibili: ti spremono fino all’osso lasciando scoperto ciò che si nasconde sotto tutte le nostre (affettuosamente) “psicoballe”, quell’insieme di narrazioni che raccontiamo a noi stessi per spiegarci il motivo delle nostre azioni: è giusto, è naturale, è sacro, è tradizione, è normale… sì ma, tolto tutto, per te, cosa è davvero importante? Messo alle strette, prima di ungerti di burro per sgusciartene via, cosa sceglieresti, quali a quali principi o approcci daresti più importanza?
Ecco: la scelta. Sulla scelta, si potrebbe dire che si basi la mia scrittura: l’impotenza, l’alienazione o la solitudine come, in vari sensi, mancanza di scelta. E su questo sto preparando diversi progetti, sempre di genere fantastico su cui le anticipazioni, però, ve le dovrete sudare seguendo i miei social. Cos’è tutta questa pacchia?
LI: Tu sei appassionato di letteratura famtasy, weird, horror e fantascientifica ma hai intervistato anche autrici di romance, esperte di editing e doppiatori, fra gli altri. Com quale criterio, o in vista di quale obbiettivo, hai optato per un carnet così ricco e variegato?
RV: Gli ospiti del mio podcast sono prima di tutto autori pubblicati. Il progetto di Incipit – Esordi d’Autore è nato come modo per dare voce agli esordienti e alla loro esperienza, invece che limitarsi a imbastire una semplice vetrina della loro ultima pubblicazione. Inoltre, volevo che fornisse, anche grazie alla partecipazione di voci più esperte, quello sprone e quel consiglio spesso necessario a chi volesse cominciare a scrivere. È facile oggi rimanere dispersi o confusi tra mille direzioni date da persone che non sempre sono scrittori in prima persona (e che, pertanto, possono dare consigli tecnici o riferire di esperienze altrui, ma non condividere le proprie intime difficoltà legate alla scrittura). Ecco, non volevo creare una cattedra o l’ennesimo corso di scrittura: io per primo sono e mi considero un eterno studente, perché, come diceva il compianto Guccini “la materia di studio sarebbe infinita, e soprattutto perché so di non sapere niente”.
Tutto, naturalmente, senza fare figli o figliastri tra autori di un genere o di un altro. Ora, questo podcast intendo evolverlo un po’ verso il tema della scelta, evidenziando le scelte coraggiose e necessarie degli ospiti (oltre alle occasioni in cui se le sono sentite mancare), unitamente a quelle che si suggeriscono agli esordienti; può darsi infine che potrebbero esserci più autori del fantastico, per una semplice questione di pubblico: chi non fosse interessato ai generi che scrivo finirebbe, con l’inizio dei contenuti che mi riguardano più da vicino, per essere sommerso di cose a cui non è interessato; se però mi rimarranno solo lettori del fantastico, potrebbe essere opportuno offrire loro quello a cui sono interessati anche sul lato delle interviste.
LI: In quanto Strani Aeoni e Lovecraft Italia, non possiamo esimerci dal domandarti: cosa pensi dell'opera del Sognatore di Providence, H.P. Lovecraft?
RV: Penso bene, soprattutto per le atmosfere e i temi che ispira. Non credo di essere altrettanto pessimista in merito alla verità e al suo prezzo in sanità mentale ma trovo affascinante e vicino sia lo stato di minorità rispetto al Grande Antico in cui ti costringe, sia quello di angoscia esistenziale che si può comunque collocare nella perdita di significato e, quindi, nell’alienazione. Quel senso di vuoto per colmare il quale si agisce futilmente, per Lovecraft, cercando sempre di più quella verità che poi ti farà impazzire, per me, lasciandosi assimilare da un meccanismo che prima ti vende un’idea di successo a cui aspirare per riempirlo poi, nel fartela inseguire, ti usa per alimentare se stesso e, infine, ti mette da parte senza tanti complimenti.
Sulla verità io farei un discorso diverso che riguarda la percezione di ciò che è reale, in contrapposizione a ciò che è reale per davvero (ma inaccessibile direttamente), cosa che apre, senza dilungarmici, in tutta una serie di riflessioni che toccano l’identità (la percezione del sé), l’appartenenza (la percezione della diversità dagli altri) e i limiti dell’umano (la soggettività a cui si dà urgenza, cioè noi veniamo prima di altri, e priorità morale, cioè noi siamo nel giusto, principalmente perché questa soggettività “è la nostra” e che ci porta, nel peggiore dei casi, su una strada di polarizzazione e vulnerabilità alla manipolazione). Non ho particolare timore verso la ricerca di risposte, ho timore della volontà di trovare a tutti i costi le risposte che si allineano alle proprie convinzioni e dell’uso che, delle risposte, si potrebbe fare sempre in base alle proprie personali “verità”.
Per il resto, per quanto non sia del tutto sicuro di amare il d100 system e i ttrpg più “crunchy”, cioè quelli più matematici, concentrati sul valore del parametro più che sulla narrazione, adoro giocare a titoli come Lovecraftesque e Call of Chtulhu che consiglio di giocare anche a voi.
LI: Quali sono i tuoi scrittori preferiti, sia in ambito di genere che nella letteratura ufficiale?
RV: Il mio parco scrittori sarà un po’ particolare, vi avviso. Più che altro perché sono stato un vorace lettore nell’infanzia e nell’adolescenza, poi con l’università e la graduale diminuzione della vista, ho allentato la presa. Per quanto stia cercando di recuperare, gli audiolibri non hanno (ancora) un’offerta paragonabile al cartaceo o all’ebook e debbo rimanere un po’ indietro. Detto questo, qualche titolo non posso non menzionarlo, in ordine sparso e senza pretesa di completezza: Harper Lee (Il Buio Oltre la Siepe); Roal Dahl (Le Streghe, La Fabbrica di Cioccolato); Alexandre Dumas (Il Conte di Montecristo); Antonio Tabucchi (Sostiene Pereira); Beppe Fenoglio (Una Questione Privata); Italo Calvino (Il Sentiero dei Nidi di Ragno); Dino Buzzati (I Giorni Perduti); Hans Magnus Enzensberger (Il Mago dei Numeri); Gerald Durrell (La Mia Famiglia e Altri Animali); Michael Ende (Momo); Roy Lewis (Il Più Grande Uomo Scimmia del Pleistocene); John Grant (Le Avventure di Pokonaso); Jerome K. Jerome (Tre Uomini in Barca Per Non Parlare del Cane)...
Sicuramente manca tantissimo, tra gli altri alcuni autori di cui ho letto poco e che vorrei approfondire, come Le Guin, Asimov, Herbert e Terry Pratchett.
Avrete poi forse notato che ho aggiunto alcuni autori di libri per ragazzi: non sottovalutateli, anche se siete adulti! Hanno il loro perché.
LI: Conosciamoci meglio. Musica, Film, Fumetti, Serie fondamentali?
RV: Musica: di quella italiana alcuni sono De André e Guccini sopra tutti, poi altri legati a Milano come Jannacci, Gaber, I Gufi (per chi apprezza la musica popolare lombarda), Elio e le Storie Tese; ancora ascolto metal, per quanto non sia affatto un esperto, mi piacciono gruppi come i Judas Priest e, più sul moderno, i Disturbed o, più mainstream, i Sabaton e gli Amon Amarth.
Film: niente di cinefilo, mi limito a indicare alcuni titoli come Il Settimo Sigillo, Il Miglio Verde, Qualcuno Volò sul Nido del Cuculo, Fight Club, Gattaka, Forrest Gump, L’uomo Bi-centenario, Patch Adams, Jumanji e altri con Robin Williams, Blade Runner e i primi Indiana Jones; i primi… 6 (?) Star Wars, diciamo che gli ultimi tre non so ancora se li ho apprezzati; Coco e Up, come film di animazione; i vari John Wick; Amici Miei e Il Marchese del Grillo; e, se non li snobbate troppo, alcuni comici italiani come quelli di Fantozzi e l’Armata Brancaleone…. ah, perdiana!
[No, Roberto, non li snobbiamo e, amzi, sono tra i nostri preferiti!]
A Nightmare Before Christmas, La Sposa Cadavere e altri di Tim Burton, ovviamente! Per non parlare di Balle Spaziali e Guida Galattica per Autostoppisti.
Fumetti: due, Watchmen (Alan Moore) e, per valore affettivo, La Paperdinastia (di Don Rosa) che ho fatto autografare all’autore a Lucca nel 2019 e che ho nel cuore.
Serie: allora, allora, sul poliziesco vi direi Il Detective Monk e Poirot (nello specifico, l’adattamento del 1989 con David Suchet); per i nostalgici degli anni ‘90 Buffy L’Ammazzavampiri e Angel; per gli amanti di un fantasy più spaziale direi Doctor Who (in particolar, per gusto personale, le serie di Tennant e Smith, dalla seconda alla settima) e le prime tre serie di Torchwood; The Scrubs, palese e, che altro? American Gods, Good Omens (ovviamente) e Picard, per chi non ha mai visto, come me, Star Trek… Supernatural? Ne ho visto poco in verità. Ah, Lucifer, mi è sembrata carina almeno la prima serie.
LI: Come vedi la scena letteraria fantastica italiana? C'è qualcosa che ti entusiasma o ti delude? Quali aspetti vorresti vedere maggiormente sviluppati?
RV: Mi sembra che il coraggio maggiore ce l’abbiano i piccoli editori, e mi spiace che le logiche corporative finiscano per governare la grande editoria. Vedo, per questioni di budget, pochi investimenti nel formato audiolibro. Vedo ancora un po’ di esitazione a emanciparsi del tutto da modelli esteri alla D&D o alla Tolkien, principalmente per la presenza di creature come elfi e nani che, pur familiari, potremmo affiancare a qualcosa di nuovo e nostro (d’altronde saghe come quelle di The Witcher si basano su un mito slavo, pur avendo gli elfi, e vanno alla grande). Tante cose hanno un impatto sul panorama librario e, quindi, anche sul fantasy. Il mercato in generale e in primis che evolve continuamente, con l’online che manda le fiere in calo in tanti settori, richiedendo alle case editrici, specie quelle più piccole, strategie diverse ma comunque strozzando un loro canale di contatto col pubblico. Poi pare ci sia una crisi generale delle piccole librerie oltre alle annose difficoltà (peggio mi sento) delle biblioteche pubbliche che contribuiscono a staccare il pubblico dei lettori da un’offerta che non si limita a quello che i social e i grandi cataloghi online ritengono sia più proficuo spingere.
Pare, tutto sommato, che ci siano alcune case editrici che investono comunque sul fantastico italiano e che questo si stia difendendo, non oso dire migliorando, ma difendendo sì. Temo, tuttavia, che una parte consistente del rilancio del fantasy in Italia sia influenzato dai trend social legati al romantasy e alle varie sfumature del romance paranormale, che va benissimo, se piace, ma è una minima parte della famiglia del fantasy. Confido nelle appassionate degli altri sottogeneri del fantasy per mantenere varia la domanda e perché possano suggerire letture anche ai lettori uomini, che tendono sempre a leggere più i saggi che la narrativa (mannaggia a loro!).
LI: Senza fare nomi, ti è capitato qualcosa di divertente o imbarazzante, nel corso delle tue interviste?
RV: Imbarazzante no, dai. Cerco sempre di mettere a proprio agio l’ospite. Di base possono esserci inciampi produttivi: foto non inviate, caricamenti di registrazioni non terminate, ogni tanto problemi di connessione o di ripresa. Ecco, qualche piccolo consiglio posso darlo e vale in generale, non solo per il mio podcast: leggete le email con le istruzioni, se vi vengono inviate; se il podcast è video, assicuratevi di non essere in pigiama, specie se non è parte del vostro brand; assicuratevi che la connessione sia veloce e stabile, specie se registrate da cellulare, e che il cellulare non sia bloccato sulla ripresa in verticale ma possiate metterlo in orizzontale per accomodare il formato 16:9 (landscape).... per il resto, esercitatevi in alcune piccole minuzie espositive: evitate gli “ehm” e sue varianti; mantenete un ritmo sostenuto anche se non rapidissimo; evitate pause troppo lunghe; non mangiatevi le parole e non schioccate labbra o lingua (capita ma il microfono amplifica il suono); infine, nell’esporre, cercate una struttura, senza divagare troppo magari perdendo pure il filo: ad esempio, dite una cosa, fatevi una domanda (es. ma perché questa cosa?) e rispondetevi; ancora, datevi una impostazione a setup-payoff, quindi rispondo subito alla domanda, in modo netto e preciso e uso il resto della risposta per approfondire o, capovolgendo la cosa, arrivo alla risposta solo alla fine dopo aver snocciolato tutto il pregresso o l’annesso e connesso. In generale, se il podcast ha una durata, non lanciatevi in risposte di venti minuti, perché saranno molto probabilmente tagliate.
LI: Qual è una domanda importante oggi sulla scrittura?
RV: Se la scrittura e con essa, in generale, l’arte, possa essere un lavoro, inteso filosoficamente come attività che produce dignità per tutte le parti coinvolte, scrittore e lettori inclusi. La risposta, che io non ho se non come insieme di riflessioni, si collega al significato dell’arte, al modo di essere artisti nel mondo contemporaneo tra modelli di successo inarrivabili, autosfruttamento, impiego dell’IA e, laddove ve ne sia inizialmente la speranza, la rinuncia a rendere la propria produzione un’attività più che hobbistica, causa lavoro, costi di autoproduzione eccessivi o mancanza di connessioni. È una questione che ha il suo perché e ci sto preparando una video-riflessione.
PS: Prima di salutarci… Dicci qualcosa sul tuo lavoro che nessuno sa!
RV: Mannaggia ai pescetti, mi chiedete gli spoiler! Ma io uso la carta trappola e schivo rivelazioni narrative dicendovi questo: ho un gruppo di amici con cui mi sento abitualmente e grazie al quale ho potuto migliorare nella mia scrittura. Amici scrittori, preciso, che io stesso ho potuto aiutare negli anni e a cui attribuisco buona parte dei progressi non solo tecnici, ma proprio di realizzazione dei miei lavori: è con il loro aiuto che ho realizzato Burning Hope e altri prototipi sin dal 2018, con loro ho perfezionato il mio mondo narrativo principale e almeno uno degli altri due che ho in cantiere e che prima o poi condividerò sui miei canali. Comprendo bene, dunque lo spirito del vostro gruppo e non posso che incoraggiare la collaborazione tra scrittori.
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