DOMENICO VENEZIA - INTERVISTA ALL'ARTISTA
INTERVISTA ALL'ARTISTA
DOMENICO V. VENEZIA
Paolo Sista del Gruppo Telegram “Lovecraft Italia” intervista l'artista Domenico Vincenzo Venezia.
Pittore, scultore e illustratore di rara raffinatezza, lontano da esibizionismi velleitari, Domenico Venezia sposa il proprio talento all'estetica simbolista, dando vita a un universo onirico, perturbante, bizzarro.
Le sue sono opere sono diventate un punto di riferimento per la scena weird italiana, tanto che importanti manifestazioni nostrane, come Marginalia Fiera e Triora Halloween, hanno scelto di avvalersi della sua arte.
Anche noi, in qualità di amici ed estimatori, abbiamo voluto rendergli tributo pubblicando il PORTFOLIO sulle pagine di questo stesso blog. Oggi, completiamo il percorso con l’intervista all'autore.
PS: Ciao, Domenico. Ammirare le tue opere è come fare un giro in una wunderkammer ove si incontrano il Mostruoso e Meraviglioso. La tua cifra stilistica riesce a trasportare lo spettatore in un Altrove misterioso, straniante e, tuttavia, plausibile. La precisione del tuo tratto, al servizio di soggetti crepuscolari, decadenti e macabri, incarna visivamente l’atmosfera di inquietudine e stupefazione che oggi conosciamo col nome di weird. Cosa ti ha spinto a dedicare la tua arte a queste tematiche particolari? È stato un processo conscio o una scelta istintiva?
DV: Ciao, Paolo, naturalmente come con tutte le forme di espressione artistica le mie scelte nascono con spontaneità. Da sempre ho avuto un’attrazione particolare per i soggetti e le tematiche più oscure e anche i primissimi disegni della mia infanzia sono costellati di mostri, scheletri, ragni e pipistrelli, e da allora non ho fatto altro che affinare questo approccio senza mai discostarmene. Razionalizzando a posteriori, tuttavia, ritengo che questa attrazione — contrariamente a quanto vuole il pensiero comune e il buon senso degli adulti, che tende ad allontanare i più piccoli da tutto ciò che può spaventare o essere in qualunque modo “scomodo” — sia di fatto una caratteristica propria della maggioranza dei bambini, nonché parte della loro innata curiosità nella scoperta del mondo che li circonda, poco importa se l’oggetto di tale interesse sia un fiore, un insetto o una carogna di un animale in decomposizione. È l’autorità dei grandi a imporre loro dei canoni estetici di bello e brutto e di giusto e sbagliato, ed è a questo punto che si presenta un bivio: accondiscendere ai diktat degli adulti e diventare come loro oppure farsi sedurre dal fascino del proibito da cui quelle cose inizialmente percepite come innocenti sono state ammantate per colpa o per merito della stessa autorità che voleva invece occultarle perché perturbanti, oscene e sbagliate. Solo la puerile ribellione a questi divieti estetici può rompere questa barriera che su larga scala impregna l’intera società contemporanea occidentale, e a portare a comprendere che non c’è nulla di propriamente sbagliato nell’esplorazione del macabro e che, senza nulla negare alla bellezza canonica che tutti (quasi) sanno individuare, esistono forme di bellezza diverse e nascoste che richiedono un grande esercizio di sensibilità per essere riconosciute e apprezzate. Noi (includo anche te e tutti i cultori e appassionati di quello che è comunemente ritenuto misterioso e orrorifico) siamo rimasti un po’ ribelli e un po’ bambini per ricercare più profondi stadi di bellezza sotto il velo della paura.
PS: Perché disegni, dipingi, crei? Cosa ti ha spinto a farlo e cosa vuoi esprimere? Cosa ti spinge a continuare?
DV: Molto semplicemente si tratta del desiderio, che spesso si trasforma in bramosia, di dare forma a ciò che prima non esisteva. Molte volte è solo il processo giocoso di dare spazio all’immaginazione e stare a vedere come in un film che cosa succede a uno scarabocchio su di un foglio di carta, quali creature fantastiche e scene surreali prendono vita spontaneamente, e scoprire meandri della propria mente che neanche si sospettano finché non li si vede rappresentati graficamente. Che poi i prodotti di queste fantasie siano condivisi con il pubblico è secondario ma non per questo meno gradevole, è come guardare il film in compagnia di amici anziché da soli.
Altre volte però sembrano arrivare quasi dal nulla, o più sovente stimolate da uno spunto esterno, anche una parola o un’immagine estemporanea, delle idee che a prescindere dalla loro validità si fanno spazio nel cervello e reclamano il proprio ingresso nel mondo materiale. Talvolta sono immagini completamente futili, ma il loro pensiero diventa così totalizzante da imperversare nella mente finché non si decide di dar loro fisicità pur di liberarsene. In questi casi si tratta più di una necessità che di un divertimento creativo, ma il risultato è generalmente molto più appagante.
PS: Che tipo di tecnica utilizzi per realizzare le tue opere grafiche e pittoriche? Cosa consiglieresti a un autodidatta? Che opinione hai riguardo alle tecniche digitali più moderne e alle applicazioni basate sull'intelligenza artificiale?
DV: A seconda delle intenzioni, ma anche per questioni pratiche legate ai tempi di consegna, spazi e materiali a disposizione, mi servo di varie tecniche, spesso miste, per la realizzazione dei miei manufatti grafici: pastelli, acquerelli, chine e altri strumenti quasi esclusivamente tradizionali. Io stesso sono un autodidatta, e ho sperimentato varie tecniche senza preconcetti, molte delle quali impropriamente, per osservare come i materiali interagiscono tra loro, provocando innumerevoli disastri ma anche qualche soluzione sorprendente, per cui il consiglio che darei a chi si approccia al mondo delle arti, non solo figurative, è quello di sperimentare e provare qualunque mezzo capiti a tiro per tastare la propria sensibilità e trovare un linguaggio personale.
Malgrado sia più laborioso e lento - o forse anche in virtù di questa lentezza - prediligo l’uso di penne, inchiostri e chine sia per le minuziosità nel dettaglio che permettono di raggiungere, sia perché simulano efficacemente l’effetto da antica incisione ottocentesca che ben si adatta al tipo di lavoro editoriale che spesso mi si richiede. Un altro aspetto che mi affascina di questa tecnica e delle tecniche tradizionali in genere è l’irreversibilità dall’errore, uno svantaggio che l’arte digitale supera con facilità, ma che può anche essere visto come una sfida con se stessi, un esercizio di concentrazione e soprattutto, quando come da prassi l’errore capita, uno stimolo per la fantasia, per correggerlo o trasformarlo in qualcosa di inaspettato che finisce anche per migliorare il risultato finale rispetto a quanto programmato. Utilizzo il computer solo per ripulire i disegni scansionati e fare qualche correzione per la stampa, ma il lavoro è tutto manuale, questo non per disistima nei confronti dell’arte digitale, ma per una mia predilezione per la concretezza materica e nella volontà di ottenere a lavoro concluso qualcosa di fisico che mantenga la sua unicità in quanto oggetto.
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale penso molto banalmente che sia un potente strumento i cui esiti dipendono dalla testa e dalle intenzioni di chi lo adopera. È comprensibile che artisti e creativi, specialmente quelli che lavorano nel digitale, ne siano intimoriti, ma ritengo sciocco farne ostruzionismo tout-court, poiché non è che una delle prevedibili e inevitabili tappe dell’avanzamento tecnologico, e d’altra parte le uniche soluzioni che può apportare in ambito creativo sono rielaborazioni di cose già fatte – è pur sempre un nano-robot sulle spalle di un gigante umano.
L’unico ragionevole timore che ho a riguardo è, come per tutte le altre comodità tecnologiche, legato all’uso smodato che se ne fa, ma in questo caso, a differenza di agi più “fisici” che giustamente ci facilitano la vita, il suo intervento sempre più richiesto nel lavoro mentale, anche nell’eseguire compiti semplici come scrivere un breve testo, rischia alla lunga di impigrire e inibire alcuni funzioni proprie dell’essere umano, come l’uso del linguaggio, il pensiero critico e l’interconnessione di idee, anche creative. Ma come per tutte le cose la chiave è sempre la consapevolezza.
PS: Domenico, tu sei anche scultore. Ci illustri il tuo rapporto con le arti plastiche?
DV: Come con il disegno e la grafica, anche con la scultura amo sperimentare diverse tecniche e materiali nei limiti degli spazi ridotti che al momento ho a disposizione per lavorare, ma per questo ho fatto di necessità virtù e ho avuto modo di concentrarmi sulle miniature e lavorare su oggetti piccolissimi come noccioli di olive, coralli, ossi e simili. Un'altra tecnica che mi piace molto è la ceroplastica, per la resa iperrealistica di pelle e tessuti organici. Pur non trovando manuali tecnici a riguardo mi sono divertito a riscoprirla a modo mio, anche nel tentativo di omaggiare i maestri italiani di Settecento e Ottocento.
PS: Una delle tue collaborazioni più durature, in veste di illustratore, è con l'universo narrativo di A.B. Lundra. Come si è sviluppato questo sodalizio artistico?
DV: È nato casualmente durante una visita alla fiera di Marginalia: ci siamo incontrati, scambiati i contatti e approfondito i reciproci lavori, poco dopo abbiamo deciso di collaborare e abbiamo subito trovato un’intesa tanto lavorativa quanto affettiva, che ci ha permesso di allargare le conoscenze, trovare nuove opportunità e scoprire nuovi ambienti favorevoli nel contesto weird e affini. Ad ora abbiamo altri progetti in corso d’opera.
Lavorare con A. B. Lundra è sempre coinvolgente, ed è un grande motivo di soddisfazione sapere di contribuire alla creazione di un immaginario inedito, non limitandomi a dare la mia interpretazione visiva al testo; è capitato anche, infatti, che un mio elaborato grafico fungesse da ispirazione per l’espansione del suo universo letterario. Questa interconnessione tra arti visive e scrittura è un bellissimo percorso di crescita creativa reciproca che vale la pena coltivare.
PS: Quali sono i tuoi artisti preferiti, in ambito accademico? E in quello indipendente? Cosa consiglieresti come imprescindibili?
DV: Oltre a Gustave Doré, uno dei miei più importanti riferimenti, come per tanti altri artisti visivi contemporanei (probabilmente è quello che più di ogni altro ha fatto scuola e ha segnato uno spartiacque nel mondo dell’illustrazione) l’ambito simbolista ed espressionista sono forse quelli che per tematiche ed estetica sento più affini al mio gusto: menziono Von Stuck, Spilliaert, Kubin, Rops e soprattutto Alberto Martini. Non tralascio poi ispirazioni più moderne e “pop” ante litteram - come Virgil Finlay e Hannes Bok - e più antiche, ad esempio le fantasie di Bosch, Bruegel e degli altri fiamminghi.
In ambito non accademico grazie ai social ho avuto modo di scoprire molti affascinanti artisti indipendenti italiani e stranieri che producono opere molto analoghe alle mie, ma anche completamente diverse e originali, specialmente scultori, tassidermisti e creatori di automi.
PS: Conosciamoci meglio. Libri, fumetti, musica, film, serie TV. Cosa consigli?
DV: Sono un consumatore di film, libri e musica abbastanza onnivoro, ma ho una particolare predilezione per i prodotti d’altri tempi, non necessariamente horror, che hanno a che fare con tematiche oscure, siano “impegnati” o d'intrattenimento (una distinzione che tuttavia non amo fare). Da ragazzino leggevo Dylan Dog, che ha contribuito a forgiare il mio gusto per particolari generi.
In letteratura cito naturalmente Poe, Lovecraft, Blackwood e i vari capisaldi del weird, per il cinema l’espressionismo tedesco con Wiene e Murnau, e poi procedendo più o meno cronologicamente Hitchcock, Lynch, Svankmajer, Tim Burton, Carpenter, Von Trier, e tanti altri. In musica apprezzo tanto le sperimentazioni più ardite quanto le canzoncine più mainstream, ma gli anni 20 sono forse la mia decade preferita.
Come anticipavo, si tratta per lo più di cose provenienti dal passato, e più sono lontane nel tempo più mi incuriosiscono, soprattutto parlando di narrativa weird. Ciò probabilmente perché, trattandosi un genere ai suoi albori, non esisteva ancora la canonizzazione narratologica e archetipica che si può riscontrare nelle opere contemporanee, in cui vampiri, zombie, licantropi e mostri in generale rispettano una serie di caratteristiche quasi scientificamente classibilabili e ben riconoscibili dal fruitore, ma le trovate narrative ed estetiche erano paradossalmente più sperimentali, libere e imprevedibili. Alcune di queste trovate di maggior successo hanno poi plasmato gli stilemi che ancora oggi conosciamo, ma altri tentativi meno fortunati meritano a mio avviso una riscoperta: è da questo tipo di materiale che mi piace attingere per cercare idee anche per i miei lavori.
PS: Qual è stato il libro, o racconto, che più ti ha emozionato illustrare?
DV: Oltre alla già citata collaborazione con A. B. Lundra, menziono tra le esperienze più importanti il lavoro su “Voci dall’Altrove” di Roger Pater, in quanto è stato il primo volume illustrato pubblicato su cui ho lavorato, e subito dopo “Circostanze piuttosto strane”, una raccolta di racconti di Arthur Machen, un autore che apprezzo molto e su cui pensavo di lavorare ancor prima che ricevessi questa proposta editoriale.
Menziono inoltre i lavori intrapresi con Lorenzo Nicotra, per cui ho curato graficamente il volume collettivo “Del Fantastico Sublime”, che si prospettava come primo di numerosi altri progetti. Purtroppo, la collaborazione è stata interrotta a causa dell’improvvisa e prematura scomparsa di questo talentuoso scrittore ed editore.
PS: C'è un soggetto che sogni di disegnare ma che non sei ancora riuscito a realizzare?
DV: Ce ne sono molti, ma per lo più si tratta di sculture, automi e composizioni da wunderkammer, che normalmente richiedono più spazio, tempo ed energie, e il cui processo di lavorazione è costantemente rallentato dalle contingenze della quotidianità o dall’intrusione di una nuova idea più preponderante e urgente. Ho decine di opere lasciate a metà, ma nessuna di queste è abbandonata all’incompiutezza, ma solo in attesa; nel frattempo, prima che sfumino nell’oblio, prendo costantemente nota di nuovi possibili progetti da realizzare appena il periodo è propizio.
Vale lo stesso per le illustrazioni. Mi piace molto la serialità, motivo per cui mi trovo bene con il lavoro editoriale per il quale si prevede normalmente un blocco di tavole dedicate a dei racconti, ai frontespizi dei capitoli di un romanzo e così via. Tra i vari soggetti legati a questo concetto, e su cui non ho ancora mai avuto occasione di cimentarmi benché mi piacerebbe, menzionerei i racconti di Poe, il Maestro e Margherita o gli arcani maggiori dei tarocchi, ma il mio timore è che, essendo temi già ampiamente affrontati da numerosi artisti, mi sia rimasto ben poco da dire di nuovo a riguardo. Parallelamente a questo, da appassionato lettore weird ho individuato una serie di scritti e autori dalla potenza immaginifica paragonabile ai grandi classici tra cui i sopra citati ma che non godono della stessa fama, poco esplorati a livello iconografico e su cui potrei spaziare senza troppi condizionamenti. La riscoperta e la riproposizione, anche per mezzo del linguaggio visivo, di piccole gemme dimenticate è un lavoro di cui vado molto fiero, soprattutto quando è in collaborazione con case editrici animate dallo stesso spirito.
PS: Hai mai nascosto un messaggio, o un simbolo, segreto nelle tue opere?
DV: Spesso, ma più che segreti sono simboli e messaggi aperti a chi li sa recepire. Se si tratta di tavole dedicate a temi letterari o autori precisi cerco di studiarne i soggetti nel dettaglio per poi inserire piccoli elementi allusivi ai testi di riferimenti e citazioni che chi conosce gli scritti in questione può cogliere (ad esempio nei frontespizi “Del Fantastico Sublime”). In altri casi mi servo dell’allegoria, e utilizzo combinazioni di simboli e archetipi della tradizione occidentale, siano mitologici, biblici o alchemici, per provare comunicare qualcosa anche in maniera subliminale. Tuttavia amo anche giocare un po’ con l’ambiguità, per cui non sempre c’è un messaggio univoca, ma lascio le porte aperte a diverse chiavi di lettura, anche contrastanti. Talvolta io stesso colgo una chiave interpretativa diversa solo dopo aver concluso un lavoro alla cui origine c’era magari una diversa intenzionalità.
PS: Spesso ti abbiamo visto in veste di musicista, a numerosi eventi ascrivibili alla galassia del weird italiano. Ti va di parlarci di questa esperienza?
DV: Circa tre anni fa ho avuto l’occasione di entrare in contatto con una nuova realtà a Milano oggi chiamata “Institute for Weird Culture”, che si occupa dell’organizzazione di incontri culturali, letterari, musicali e cinematografici legati a tutto ciò di oscuro, macabro o semplicemente insolito esiste in questi ambiti. Da frequentatore ne sono poi diventato collaboratore e amico, e con la presidente Virginia e Ivan (che già conoscevo di fama per il blog Bizzarrobazar) abbiamo già lavorato a vari spettacoli musicali su temi peculiari come la morte e l’erotismo e attualmente siamo all’opera su di un musical circense e piratesco, un progetto piuttosto ambizioso ma della cui buona riuscita sono fiducioso.
PS: Prima di salutarci... dicci qualcosa sulle tue opere che nessuno sa!
DV: Direi che ho svelato già molto del mio operato, forse la componente più importante è proprio quel pizzico di mistero che tengo a preservare, per cui se c’è ancora qualcosa di ignoto è meglio che resti tale — d’altra parte probabilmente è ignoto anche per me.
DOMENICO V. VENEZIA - PORTFOLIO
I LIBRI ILLUSTRATI DA DOMENICO VENEZIA
E.F. Benson - Il volto e altri racconti scelti
Roger Pater - Voci dall'altrove
Lorenzo Nicotra - Del Fantastico Sublime
Ligeia Press - Avernus
Arthur Machen - Circostanze piuttosto strane
A.B. Lundra - Sussurri dal Darkl-ver
A.B. Lundra - La strada gialla
Ivam Rocca - Dark-ballad: squadre della morte
Ivan Rocca - Dark ballad: i cavalieri di Luxar





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Eccellente artista
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