Aeonica - Quarta cervicale
AEONICA
I RACCONTI DEL BLOG 3.5
QUARTA CERVICALE
di Irene L. Visentin
DATI CATASTALI
Proprietario: Fortunato Renzo, nato a Cavarzere (VE),
il 3 ottobre 1950
Tipo unità: F
Foglio: 26
Subalterno: 39
Particella: 169
Vani: cinque (e ventinove vertebre)
Campagna di Cavarzere, veneziano. Le edificazioni rispecchiano in modo lineare la fisicità pianeggiante della zona: un patchwork di campi sconfinati, canali e canneti punteggiati da basse abitazioni, vecchie fattorie e piccoli agglomerati abitativi. Una linea costante, continua, un orizzonte tinteggiato dei colori della terra. Motivo per cui Casa Fortunato restava da oltre cinquant’anni l’anomalia più inverosimile di quella sottile linea orizzontale.
Come un monito verticale, surreale, l’immensa spina dorsale di malta si sollevava per oltre trenta metri di altezza, in mezzo al nulla piatto della pianura padana. Renzo Fortunato, proprietario di quella curva accavallata, aveva operato per trent’anni l’espansione verticale e anatomica della sua abitazione. Questa era nata come una comune casa a due piani: un coccige, un’abitazione limpida e coerente.
Fu quando si spezzò la quarta vertebra cervicale di Cristina Maria, moglie di Fortunato — che questi aveva amato malamente, ferendola con assenze e altre donne — che la piccola casa aveva smesso di essere sufficientemente spaziosa per ospitare tutto quel dolore ottuso che non sembrava possedere senso logico.
Renzo Fortunato aveva osservato per mesi le lastre lampeggianti della moglie, una ad una; oggetti oscuri, oscillanti, che facevano quel rumore acquoso e violento quando venivano raddrizzate da un colpo di polso. Ne aveva osservato l’oscurità, illuminata dall’ossatura trasparente di quella donna con cui aveva condiviso tutto e niente. Ne aveva compreso la struttura.
Perdendo la mobilità del corpo di sua moglie, ne aveva perso la vita. Quella piccola vertebra schiacciata, arroccata lassù, spezzandosi aveva compromesso tutta la struttura di ciò che la loro vita era stata. Un oggetto piccolo e irraggiungibile, che aveva allontanato tutto.
Per cui, al buon Renzo Fortunato era sembrato inevitabile e logico ricorrere a quella risalita sghimbescia per raggiungerla, catturarla e nidificarvi. Ogni anno, una vertebra.
Ogni anno, un abuso edilizio lasciato crescere dapprima come l’atto bizzarro di un uomo incapace di gestire un dolore sconosciuto, poi come un’escrescenza fisica inarrestabile; un atto notorio che imponeva a tutto il mondo di guardare la natura più interna di quella donna perduta.
In principio, la popolazione della zona non vi fece più di tanto caso, anzi. Le prime vertebre vennero accolte con sorrisi di pietà e compassione per quel povero pazzo. Fu solo quando l’abitazione arrivò alla seconda vertebra dorsale, a dodici metri di altezza, che quell’ombra immensa venne riconosciuta davvero per ciò che era: un orrore anatomico che gravava sul paesaggio come un monito del tempo che scorre, un’immensa e mostruosa meridiana composta di ossa.
Renzo Fortunato aveva replicato con maniacale precisione l’aspetto di ciascuna vertebra: su questi piani d’impatto circolare non compariva finestra alcuna, ai lati sporgevano gli enormi processi traversi e nella parte retrostante il processo spinoso, escrescenze di mattoni e malta che rendevano indiscutibile la natura originale della forma.
La struttura cresceva ogni anno, inanellando piani su piani, in curvature anatomiche perfette. Perché così, solo così, la crescita verticale sarebbe stata possibile senza crolli.
Fu solo dopo la misteriosa sparizione di Fortunato e, quindi, l’abbandono della struttura che ne si poté scoprire la composizione interna: l’interno delle vertebre era, ovviamente, vuoto. Vi si arroccava un’interminabile scala a chiocciola, costruita con molteplici materiali: un midollo aereo che risaliva quell’abominio. Un’infinita curva oscura, illuminata dall’alto solo dal foro centrale dell’ultima vertebra costruita: la quarta cervicale.
Giunti ad essa, si apriva l’unico piano rimasto della struttura. Le pareti della vertebra erano orizzontalmente spaccate a metà da un’immensa crepa, anch’essa perfettamente calibrata, che riproduceva la lesione visibile nelle lastre di Cristina Maria. Il piano era adibito, come dimostrato dal mobilio e dalla strumentazione rinvenuta all’interno, a sala di cura: il grande letto ospedaliero doveva aver ospitato la moglie di Fortunato negli ultimi tempi prima della scomparsa dei coniugi. Ma il letto, come tutta l’abitazione alla base, fu trovato appunto vuoto.
Né di Fortunato, né della moglie si ebbero più notizie.
La prima richiesta della cittadinanza fu quella di abbattere la mostruosità, ma iniziarono a giungere i turisti: la creatura ormai era una virgola cupa all’orizzonte, una bizzarria visibile a chilometri di distanza, incontrastata.
Fortunato aveva riconsegnato a quell’amore spaccato il posto immenso che la sua fine aveva scoperchiato; aveva narrato, a tutti coloro che potevano scorgerlo, quanto immenso e orrorifico esso potesse essere, oltre il tempo e fuori dal corpo.
DELLA STESSA AUTRICE
CON STRANI AEONI
CON IL COVEN RIUNITO
Leggi anche
I LIBRI E I RACCONTI



Commenti
Posta un commento