Cervia & Visentin - Intervista alle scrittrici

ALICE CERVIA & IRENE VISENTIN
INTERVISTA ALLE SCRITTRICI


Paolo Sista del Gruppo Telegram Lovecraft Italia intervista Alice Cervia e Irene Visentin
Scrittrici che per uno strano scherzo del destino si ritrovano spesso con collaborazioni editoriali e pubblicazioni appaiate, abbiamo deciso di conformarci al volere della Necessità greco-romana e di intervistarle assieme.
Il 2026 le ha viste uscire in libreria – stessa data, stessa casa editrice, stessa collana – con le novellette Altra pelle e Cora (recensite qui, ovviamente in coppia).
Inoltre, tutte e due figurano nel collettivo letterario di Strani Aeoni, con racconti tanto sulle antologie quanto sul blog e, annuncio shock, tra il 2026 e il 2027 le vedrete con opere loro proprio nelle nostre collane.
Ecco a voi la nostra intervista! 

PS: Partiamo senza indugi. Cosa vi ha spinto a scegliere la letteratura fantastica, con tutti i suoi sottogeneri weird, horror, fantascienza, eccetera, invece di una narrazione più tradizionale e rispettabile?
AC: Scrivo quello che mi piace leggere e sono una lettrice di horror e fantastico. Inoltre mi diverto ad immaginare una realtà meno noiosa, meno piatta, con la magia o la follia che fanno capolino e, quando ci riesco, la racconto.
IV: Per me, fortunatamente o sfortunatamente (più probabile la seconda), non è stata una scelta. È banalmente il mio linguaggio, il mio modo di vedere e percepire la realtà, quindi anche il modo di descriverla o riscriverla. Sono cresciuta distorcendo il mondo e la vita per riuscire a starci dentro. Altrimenti sarei impazzita. O forse non ci sono andata molto lontano, ma almeno ora ho un’aura di una che sembra sapere quello che fa. In realtà non lo so. 

PS: Perché scrivete?
AC: Scrivo perché le storie che invento diventano, pian piano, troppo ingombranti per tenerle tutte in testa. Le sento che scalciano, sgomitano e vogliono uscire. E, naturalmente, scrivo per farle leggere agli altri. Sarei ipocrita a dire il contrario.
IV: Perché non so fare altro e perché ne ho bisogno. Sono un essere umano mediocre che non ha trovato assolutamente nessun posto in questo mondo, non ho fatto grandi studi e nemmeno grandi lavori. Diciamo che scrivere è l’unico modo che ho per sentire di essere valsa qualcosa e al contempo è come una sorta di botta di dopamina, una piccola dipendenza. Appena termino di scrivere ho un periodo di cool off molto breve e voglio subito rimettermi su altro, come se mi stesse scappando il tempo. Che siano racconti, articoli o qualcosa di più strutturato, ma ne sento fisicamente il bisogno.


PS: Chi sono i vostri scrittori preferiti, nella letteratura di genere come in ambito “ufficiale”?
AC: Nella letteratura di genere direi forse Stephen King, Jasper Fforde e Paul Torday. Tra gli autori più ‘ufficiali’ forse, su tutti, Pennac.
IV: Partiamo dal mio formatore, che mi ha donato sin da bambina una letteratura sardonica, acida, cupa e incredibilmente divertente: Roald Dahl. Senza di lui non avrei iniziato a scrivere come scrivo: da piccola i miei primi “esercizi di stile” sono state delle riscritture dei suoi racconti e libri. Poi è arrivato in adolescenza Joe R. Lansdale, che è colui che mi ha fatto capire che si può davvero scrivere qualsiasi cosa, senza limiti di perbenismo o di trama. Poi in età adulta è arrivata Mariana Enriquez, che è la scrittrice che vorrei essere: una raccontista feroce, violenta e macabra. Poi ci sono tantissimi nomi che mi hanno colpita e dato punti di vista diversissimi sulla scrittura, come Isabella Santacroce, Philip Pullman, Stephen King, Lisa Tuttle… ma i primi tre nomi sono in assoluto i miei formatori per eccellenza.


PS: Conosciamoci meglio. Musica, film, fumetti, serie fondamentali?
AC: Guccini, Dylan Dog e, come serie tv, una serie inglese purtroppo ora irreperibile che è un piccolo capolavoro di nonsense e fantasy: Yonderland!
IV: Ammazza, che difficoltà. Provo a filtrare, perché è davvero difficile per me. Anche perché sono una fruitrice incredibilmente eterogenea, passo da cose rosa a neri profondi, passando dal marcio. 
Musica: sono figlia di Björk, che mi ha formata e malformata in adolescenza. Poi sono stata figlia dei Green Day, ovviamente, andando poi per anni a infilarmi nel metal buono (Children of Bodom, Sepultura, Cannibal Corpse) e nel metal demmerda (Dimmu Borgir, ad esempio). Ora ascolto la dance di nicchia che mi propongono random le piattaforme, assieme ai Men at work e Gershwin. Insomma, una pattumiera di cose miste.
Film… eeeeeeeeeeeh e come faccio? Ok ok, allora siccome è il film che da più anni sta rimanendo incastonato nel mio olimpo, dico Gone Girl, di Fincher. Poi vi metto un A qualcuno piace caldo di Wilder e uno Stalker di Tarkovsji per farvi capire che non so nemmeno io cosa sono. Ma non dimentichiamo Una pallottola spuntata, sia mai che ci si prenda troppo sul serio.
Serie? Breaking Bad a mani bassissime. E Una mamma per amica, da dove arriva la L. (una delle varie) del mio pseudonimo. Ancora dubbi sulla mia identità? Eh, ce li ho pure io.
Fumetti… non sono una gran lettrice di fumetti, lo ammetto. Sicuramente però ci metto i lavori di Masakazu Katsura (sì), che con Videogirl AI e Zetman ha preso parecchio tempo della mia vita. Ho letto recentemente Miguel Vila con Fiordilatte che mette in scena un Veneto pieno di luce e colori (assolutamente non reali per la Bassa), con un dolore e una dolcezza unici.


PS: Nell'ambito delle community letterarie, siete attive nel collettivo horror al femminile Coven Riunito: Irene, sei stata tra le fondatrici; Alice, hai scritto l'introduzione alla loro prima antologia. Perché è importante avere uno “spazio oscuro” tutto per sé, parafrasando Virginia Woolf? Quali possibilità offre la letteratura orrorifica nel discutere e indagare le condizioni di vita delle donne?
AC: Offre uno spazio di libertà, fuori dalla costrizione del reale. Offre gli strumenti per raccontare l’orrore e per sublimarlo. Purtroppo, l’orrore per le donne è quotidiano e il quotidiano è spesso l’incubo che ci troviamo ad affrontare schiacciate da una società che si rimangia le promesse e ci stritola lentamente.
IV: Quando io e Giulia Massetto pensammo a Coven, fu perché eravamo incazzate. Era un periodo molto prolifico per la scrittura horror e splatter sulle piattaforme (imperava ancora Facebook), ma sembrava che gli unici che venissero presi sul serio fossero gli uomini in questo contesto. Eppure avevamo letto lavori eccezionali scritti da donne, pieni di orrore, violenza e cattiveria che superavano di gran lunga tanto del materiale maschile che girava in quel periodo. Quindi decidemmo di fondare Coven, perché volevamo che le scrittrici horror italiane avessero una comunità a supporto, un luogo dove emergere e dove venir valorizzate. L’antologia, che è nata l’anno scorso, è stato il primo statement in questo senso. Noi donne comprendiamo e viviamo l’orrore fisicamente, basti pensare a come funziona il nostro corpo (il ciclo, il dolore, il parto: la cosa “naturale” più horror che esista al mondo) e qual è ed è stata la nostra condizione nella società per millenni. Abbiamo una voce importante nel genere e un sacco di cattiverie da dire.


PS: Romanzo o racconto? Antologia personale o collettiva? Qual è la vostra forma di scrittura prediletta?
AC: Forse il racconto è la forma di scrittura che mi risulta più naturale. Anche quando ho scritto qualcosa di più ampio è tutto iniziato con una storia breve che ha poi cercato più respiro.
IV: Io amo i racconti. Sono botte di dopamina e mi diverto tantissimo a scriverli. Sono bombe a mano senza conseguenze per chi le scrive, puoi costruire un universo in poche righe senza doverti preoccupare di cosa gli succederà. Le antologie, ammetto, come lettrice e scrittrice, le preferisco personali, perché diciamo che “vai sul sicuro”: se ti piace un autore o un’autrice, poter leggere una sua antologia significa vederne mille sfaccettature in totale libertà di scrittura. È anche un modo per conoscerlo/a meglio.

PS: Siete scrittrici che seguono l'ispirazione oppure pianificate?
AC: Tutto parte con un’idea che si allarga pian piano. Pianifico, ma scrivendo cambio tutto.
IV: Ispirazione. Il che è il mio problema se voglio andare sul lungo. La “scaletta” per me è una violenza fisica, ma non puoi non lavorare con essa se scrivi qualcosa di più lungo di un semplice racconto. Ma non sono strutturata, lavoro di rush di battute sulla tastiera.


PS: In qualità di autrici, avete entrambe partecipato sia a fiere librerie di nicchia sia al celeberrimo Salone del Libro di Torino, così come a presentazioni con piccole realtà locali. Quale dimensione vi è più congeniale? Ritenete importante l'incontro col pubblico?
AC: Mi trovo a mio agio in tutti in contesti in cui c’è uno scambio vero, la possibilità di scambiare due parole con chi il tuo libro lo ha letto e lo leggerà e soprattutto di fare rete con altri autori. Questo può accadere sia in situazioni formali sia in contesti più spontanei, contano le persone
IV: Io purtroppo sono un ratto di caverna. Per me il Salone è stata un’esperienza un po’ traumatica, lo devo ammettere. Migliaia di persone e di libri, sei una goccia in mezzo a un oceano così vasto ed eterogeneo che non puoi non perderti. Mi sento decisamente più a mio agio a fiere di nicchia, perché innanzitutto incontro un pubblico che so essere più vicino a quello che scrivo, e soprattutto posso essere comodamente me (strana e disadattata) senza deludere nessuno. È anche quello che mi spaventa dell’incontro con il pubblico: deludere. Penso che quello che scrivo sia molto più interessante e migliore della persona che sono: sono una grandissima fautrice del “distingui l’arte dall’artista”. Spesso chi crea può essere un pezzo di merda o una persona insopportabile, ma i suoi lavori possono essere pieni di eleganza e potenza. Ho sempre paura che far conoscere Irene possa danneggiare il conoscere ciò che scrivo. Vorrei essere una scrittrice Ottocentesca, dove nessuno sa che faccia ho e chi io sia. Però ammetto anche che in questo momento, con l’uscita di Cora per Lumien, sto dialogando con molti lettori ed è bello confrontarmi con loro e sentire cosa percepiscono in ciò che scrivo. È un momento strano, ma molto importante.


PS: Prima di salutarci, diteci qualcosa sulle vostre opere che nessuno sa!
AC: Vorrei scrivere un libro di almeno 600 pagine così la mia lettrice più critica (Monica, la mia migliore amica) sarebbe finalmente soddisfatta: sotto le 600 pagine per lei sono racconti. Ma non sono capace…
IV: In tutto quello che scrivo, anche quello più di surreale, c’è almeno un dettaglio che viene dalla realtà. Racconti e libri che ho scritto hanno cose che ho fatto o vissuto. Quindi, anche se nascosti bene, ci sono sempre dettagli di me. Forse un giorno riuscirò a ricostruirmi attraverso questo percorso di carta.

I LIBRI
Altra pelle di Alice Cervia 
Cora di Irene Visentin 


ALICE CERVIA 

IRENE VISENTIN 

Nella serie Aeonica

DELLA STESSA AUTRICE 


















Commenti

Post più popolari